mercoledì 25 aprile 2012

La pestèda: un connubio tra sapori d’Oriente e aromi alpestri.

Alla scoperta del viagra grosino

In queste note cercherò di tracciare un breve profilo storico-linguistico sull’origine del tipico condimento grosino. Non è stato facile riscoprire in un percorso a ritroso le labili tracce di questa tradizione mai celebrata ufficialmente eppure così da lungo tempo praticata nella gastronomia locale. Ho scartabellato manoscritti e registri polverosi, ho scovato ricette medievali per fabbricare l’inchiostro, antidoti “sicuri” contro la peste, consigli pratici per l’allevamento dei bachi da seta e tante altre amenità e curiosità, ma niente, nessuna ricetta e nessuna notizia attinente lo scopo della ricerca.
Concorso "miglior pestèda"
A dire il vero si è trattato della conferma di ciò che mi aspettavo perché non può esserci stato un atto ufficiale di introduzione di questo condimento o di consacrazione dello stesso come si è fatto in un recente convegno o come avviene nell’annuale concorso pubblico per individuare la migliore pestèda. Non potevo trovare niente perché sono convinto che si tratti di un insaporitore evolutosi nel tempo.
Deve essere avvenuto un po’ come per il nostro costume tipico, dove, partendo da una base locale, affinata e arricchita nel corso degli anni secondo le mode, si sono assimilati gusti, usi e costumi acquisiti nelle documentate esperienze lavorative maturate lontano dagli àmbiti valtellinesi. Era impensabile di poter rinvenire la ricetta della pestèda perché la sua comparsa sulle tavole grosine divenne ben presto una consuetudine talmente familiare da far ritenere banale una sua codifica.
D’altra parte anche adesso chi può avere la presunzione di affermare che la sua ricetta è quella giusta, quella verace come direbbero i napoletani? Sarà magari la migliore per il suo palato, ma non necessariamente per tutte le bocche. I latini, che la sapevano lunga nell’arte praticata in culina, ci mettono in guardia a tal proposito sentenziando salomonicamente de gustibus non disputandum est. (leggi tutto il testo di Gabriele Antonioli)

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